mostre

2013

26 gennaio/16 febbraio

Personale sul tema

L'expression Figurée de la littérature Française. Les visages des écrivains- presso Départment de Français. Upter. Roma

2012

10 novembre/1 dicembre

Personale sul tema

Première Amour- presso La Porta Blu Gallery. Roma

2011

10-19 dicembre

Personale sul tema

Expressions. Le Visage des Chansonniers- presso Départment de Français. Upter. Roma

2010

Novembre

Partecipa ad una mostra

presso La Porta Blu Gallery, Roma

2008

Maggio

Partecipa ad una mostra collettiva

presso La Porta Blu Gallery, Roma

2006

16 dicembre/5 gennaio

Personale sul tema

I corpi e I volti- La Porta Blu Gallery, Roma

2003

5-17 novembre

Personale sul tema

presso l'Istituto Italiano di Cultura di Addis Abeba (Etiopia) (locandina)

2003

5-28 settembre

Partecipa ad una mostra collettiva

presso la Galleria Batik Art – Barcellona (Spagna)

2003

16 giugno/6 luglio

Personale sul tema "Portraits from Ethiopia"

 presso la Quaker Gallery – Londra (Inghilterra) (locandina)

2002

Partecipa ad una mostra collettiva

 dedicata al tema "L'Autoritratto" presso l'Alliance Française di Addis Abeba (Etiopia)

2001

10 febbario/4 marzo

Partecipa ad una mostra collettiva

sul tema "Standpoints – the artists and their models" organizzata presso The Taitu International Art Center di Addis Abeba (Etiopia)

1994

15 febbraio/18 marzo

Personale alla FILEF di Islington

Londra (Inghilterra) (locandina)

1993

Personale presso il Bishopsgate Institute

Londra (Inghilterra) (locandina)

1993

gennaio-febbraio

Partecipa ad una mostra collettiva

presso il Bishopsgate Institute – Londra (Inghilterra)

1988

9-15 maggio

Personale

presso il Municipio di Katerini (Grecia) (locandina)

1981

Personale

a Houston – Texas (USA)
 
biografia

Mirella Daniell è nata nel 1959 da madre italiana e padre inglese ed è doppia cittadina.
Ha studiato pittura per un B.A. che ha conseguito nel 1984 presso l'Università di Houston, U.S.A.


Dal 1985 al 1989 ha vissuto in Grecia, dove si è dedicata, tra l'altro, alla pittura delle icone ed è stata influenzata dalla loro tradizione artistica. Nel corso degli anni ha regolarmente seguito corsi di pittura dal vivo con modelli, che lei considera un esercizio essenziale nel processo di formazione dell'artista.
Tra il 1998 ed il 1999 ha approfondito i suoi studi di anatomia e pittura presso l'Accademia di Belle Arti a Roma.


Dal 2000 al 2005 ha vissuto in Etiopia dove si è dedicata al ritratto dal vivo. Le sue opere di questo periodo sono state esposte a Londra (giugno 2003), ad Addis Abeba (novembre 2003) e a Barcellona (2004). Dal 2005 vive e lavora a Roma dove ha esposto in diverse gallerie in occasione di mostre personali e collettive. Ha in preparazione una mostra personale a Roma che si terrà nell'autunno 2014.

 
mostre

FIRST LOVE

Chiedi alla banchisa polare di narrarti il deserto
E sappi aspettare fino a che ti risponde.

Diceva così una vecchia poesia e questa forse potrebbe essere la metafora giusta per descrivere l'esperienza di un pittore che in una unica tela voglia esprimere il senso di una narrazione, per quanto semplice possa essere e comunque meno complessa di questo First Love di Samuel Beckett.
Se poi qualcuno volesse dire qualcosa di questo volo incostante, incerto, ondulante (flutter by dicono gli inglesi) come di due farfalle che si inseguono a primavera, certo non si potrà discostare né dall'una né dall'altra, perché pittura e narrazione compongono una unità inscindibile, eppure del tutto casuale, riproducibile in milioni di forme diverse. First Love di Beckett è la storia di un avvicinamento, di una intimità tra due persone, che presuppone moventi diversi, bisogni diversi, itinerari mai convergenti, che trovano appena la comunanza di un incontro occasionale, seppure con una sua durata e, nella sua astrattezza, perfetto. Ma forse tutti i primi amori sono qualcosa del genere.

In questo incontro nulla è ciò che si propone di essere. La completa immobilità dell'uomo è una fuga. I tradimenti della donna sono una forma di fedeltà. E da parte di Beckett, perché Beckett certo è un altro personaggio di questa narrazione, uno sguardo severo, quasi da Dio biblico, su due personaggi che sono lontani da lui almeno tanto quanto gli somigliano. Ciò che differenzia Beckett da questi due personaggi è probabilmente la sua consapevolezza, la sua coscienza di essere loro, di averli potuti creare perché sono a lui simili. Quindi lo stesso sguardo di Dio biblico che crea e, nel creare, fa la sua creatura simile a sé e, nel farla simile a sé, la condanna.

La voce narrante di queste pagine è quella dell'uomo, non quella di Beckett, ma l'uomo, nel suo rifiuto di qualsiasi convenzione, è Beckett, un Beckett più incosciente; mentre lui, il grande scrittore irlandese, era un border-line che era riuscito a trovare il proprio posto nel mondo solo ingaggiando con lui (con il mondo) una guerra quotidiana per togliergli ogni patente di credibilità e per questo aveva fatto della lucidità, della consapevolezza, la sua arma più affilata.

Cosa fa di tutto questo Mirella Daniell con il suo First Love? Tre solitudini in uno spazio immenso, vuoto, sagomato da alberi e da una architettura essenziale. Lo spazio non è spazio naturale e neanche spazio umano, non c'è una distinzione né un confine tra i due tipi di spazio. Natura e architettura non sono distinguibili. Due archi disegnano l'ingresso e l'uscita dallo spazio figurativo-narrativo ma l'arco d'ingresso incornicia una tomba (la morte del padre del protagonista?) e quello d'uscita il vuoto, il vuoto della perdita, anche se è soltanto perdita della libertà di fuggire.

Ma sono soltanto tre le figure? No. Dietro le velature e le trasparenze si nascondono le intenzioni figurative, gli itinerari di ricerca, sfumati come lo sguardo tagliente di Beckett, la trasparenza che nulla nasconde né si nasconde. Velature che modulano i vuoti e sagomano la ricerca del colore lungo chine cromatiche che rovesciano il significato dello spazio.

Lo spazio qui è essenziale perché in questa tela e in questi schizzi lo spazio è il flusso narrativo, il monologo di Beckett. Come lo possiamo qualificare questo spazio? E' interno? E' esterno? E' cartesiano? E' forma o è colore? E' sentimento o è ragione? Non può che essere uno spazio interno, perché il monologo è un flusso interiore che non chiede interlocutori, si narra ed è autosufficiente, al massimo chiede uno spettatore silenzioso. Eppure questo spazio interno è riempito con espressioni idiosincratiche, solipsistiche, che narrano la voce narrante come se il loro soggetto fosse in realtà un estraneo, espressioni come: "per me non potrebbe essere che così ...", "se così si può dire ...", "a me piace così ...", senza motivazioni, una semplice declinazione di una impossibilità di essere diversi, una pura narrazione di fatti e circostanze che non poggiano su nessuna interiorità.

E se lo spazio cartesiano, se le tre dimensioni, insieme al tempo, ricostruiscono lo spazio logico, l'ordine di causa ed effetto degli eventi e dei loro moventi, del mondo delle convenzioni e del romanzo, di certo questo spazio convenzionale non può rendere il magma emozionale di questi personaggi beckettiani e danielliani incomprensibili, eppure perfetti nella loro logica interna, che somiglia tanto a quella della ricca signora drogata di assenzio che nel film di Robert Altman Kansas City uccide perché la sua vittima, piangendo, faceva troppo rumore.

Non è uno spazio cartesiano e forse non è uno spazio, è disegno e colore, questa tela che somiglia a una ellisse planetaria con tre fuochi. L'uomo, il suo ritiro monacale dal mondo, per disinteresse non per scelta, non per vocazione, un esserci che, quando si è gettati, deve fare i conti con l'impossibilità e l'inconcepibilità del non esserci e convive con tutto questo (questo che è la nostra vita) affermando, tramite alcune metafore, il vuoto a cui aspira, l'acqua profonda che Mirella Daniell ci mostra come una morte quieta, senza agonia, senza debito d'ossigeno.

Dall'altra parte, speculare nel suo rovescio, nel suo dover essere presente come il Dio biblico creatore, lo sguardo di ghiaccio di Beckett, l'altra faccia della morte e del sonno, la consapevolezza dell'impossibilità dell'assenza, la coscienza che, se non si viene a patti, qualcun altro lo farà per noi e che anche l'assenza richiede uno sguardo cosciente e indagatore.

Al centro dell'ellisse, equidistante dai due fuochi esterni, lo sguardo estraneo e provocante, l'invito della donna. A chi è rivolto? Questa donna è l'unica figura positiva di questa rappresentazione, l'unica che si apra a un dialogo, fosse pure un dialogo tra sordi. L'invito al sesso, l'offerta del proprio spazio vitale, la prostituzione per continuare a vivere, l'accettazione della maternità. Questa donna è il dire sì alla vita nonostante tutto. Un invito che è anche disponibilità a dimenticare. Mentre la memoria di Beckett e dell'uomo è solo (e può essere soltanto) uno sguardo severo, oppure oblìo. Una donna appoggiata a un albero, forse alla natura delle cose, lo sguardo perso in un altrove che può ricordare soltanto certe figure leonardesche, tanto più presenti in quanto estranee, assenti perché consapevoli che quella distanza è invito. Forse una delle donne più seducenti della storia dell'arte.

BIOGRAFIA CRITICA

Testo critico copyright Filolife:

Il lavoro artistico di Mirella Daniell si nutre di numerose e diverse suggestioni che, ad un esame superficiale, possono lasciarci sorpresi o, semplicemente, darci le vertigini. Come è possibile conciliare tra loro la passione per il ritratto con quella per le icone prodotte nel mondo cristiano-ortodosso? E la raffinatezza cinquecentesca di Grunewald con la naif ricerca libertaria di Joze Tisnikar? E la leggiadra accuratezza figurativa di Graham Sutherland con il sintetico e massimalistico scavo nelle leve dell'anima di Francis Bacon? E l'assoluto espressionismo dei corpi mummificati con le perfette stilizzazioni dell'arte orientale?

Tutto questo è presente, contemporaneamente, nel lavoro di Mirella Daniell, e di questi itinerari paradossali, giocati, sembra, per trovare la sintesi tra gli estremi del nostro mondo artistico, ritroviamo le tracce nella sua biografia, fin dalle origini, già esse stesse dualistiche.

Vive la sua infanzia a cavallo dell'Europa, tra Inghilterra e Italia, sui due fronti di un conflitto che ha visto gli uni vittoriosi e gli altri sconfitti; eppure, in questo conflitto c'è già la radice di tutti quelli che verranno successivamente. La radice materna, italiana, quella apparentemente più debole, perché sconfitta nel corso del recente conflitto, porta con sé l'influenza artistica più solida, più duratura. La scoperta della tradizione britannica verrà più tardi.

La guerra è finita da 15 anni e l'Europa sembra ancora in preda allo shock del risveglio, della presa di coscienza. Nei pomeriggi le stanze sono sempre un po' buie e sono molti gli argomenti di cui gli adulti parlano sottovoce. Ma nella sua vita è come se non ci fosse tempo per lasciare il mondo definirsi nella sua semplicità. Agli inverni freddi e piovosi dell'Inghilterra fanno da contrappunto i mesi estivi trascorsi in Italia, a Grosseto, a Firenze, a Ventimiglia e in Francia, sulla Costa Azzurra, in Provenza. Alla quiete della provincia inglese e italiana, circondate dal verde dei giardini e delle colline, si oppone la vita di città, con le sue frenesie ed i contrasti sociali più duri, a Liverpool, dove il padre si trasferisce per lavoro.

I primi disegni sono di alberi contorti, mura antiche bugnate, figure umane sdoppiate, come in compagnia della propria ombra. Ma in questo alternarsi d'identità, il gioco delle parti è ancora unitario, ancora concorre ad un'unica rappresentazione. La prima frattura, il primo incontro con un mondo diverso lo sperimenta quando si trasferisce negli Stati Uniti, in Texas, dove il padre si sposta per lavoro, insieme a tutta la famiglia. Sono gli anni in cui deve scegliere verso dove orientare la propria formazione e la scelta è obbligata dalla sua storia personale: la formazione linguistica, per ricomporre le sue radici, e l'arte figurativa, per ricercare nell'immagine quella sintesi che a momenti sembra impossibile comporre tramite la parola.

Sono gli anni in cui l'America (e il sud in particolare) è ancora attraversata dai vecchi contrasti sociali dovuti al conflitto razziale, ma sono anche gli anni successivi alla contestazione totale, agli hippies, alla rivolta giovanile. Il Texas è un osservatorio difficile e sorprendente nel quale la vecchia e la nuova violenza si manifestano contemporaneamente, ma senza incontrarsi, senza voler trovare itinerari comuni. Inizia a dipingere regolarmente. I suoi insegnanti la ricordano per il modo in cui elaborava graficamente le tematiche dei testi letterari studiati e per la sua pretesa che quei lavori pittorici venissero accettati in sostituzione dei saggi che le avevano chiesto.

In questo periodo lavora con il rapidograph e l'acquerello su carta e inizia a sperimentare l'olio su tela. Con il rapidograph illustra testi letterari. Riserva l'olio ad una ricerca simbolica nella quale compaiono figure umane stilizzate. E' in questi anni che vede per la prima volta il lavoro artistico di Joze Tisnikar, un pittore sloveno noto in America per il volume dedicatogli nel 1978 dalla The Summerfield Press. Rientra in Inghilterra dopo aver finito i suoi studi universitari, ma è una permanenza di pochi mesi, riparte subito per andare a vivere in Grecia, dove ottiene un incarico per l'insegnamento della lingua inglese agli stranieri. Rimane in Grecia vari anni, ma insegna solo per i primi due. Entra in contatto con la tradizione delle icone cristiano-ortodosse e inizia a riprodurle per il mercato locale. E' ammirata dalla disciplina di vita che, secondo la tradizione, presiede alla produzione delle icone. La pittura come esperienza spirituale, come scavo nell'oggetto, che diviene ricerca nella propria interiorità, rimane una costante in tutto il suo lavoro successivo.

La Grecia non è lontana dall'Inghilterra. In questi anni inizia il suo incontro con la pittura britannica e con la Scuola di Londra, in particolare: Lucian Freud e Francis Bacon; ma entra in contatto anche con l'arte di altri pittori britannici, più o meno famosi, come Frank Auerbach e Graham Sutherland. La scelta figurativa si consolida sempre più e, con essa, il desiderio di stringere contatti sempre più forti con la tradizione classica italiana. Dopo il rientro in Inghilterra, l'ultima componente essenziale che trova la sua perfetta destinazione nel percorso artistico di Mirella Daniell è la scelta per lo studio della figura umana e per il ritratto.

Si tratta di una scelta laica, idonea ad esprimere, al di là delle facili sintesi di natura filosofica o religiosa, un puro e semplice discorso sull'uomo e, con esso, idonea a continuare quel lavoro di scavo nell'interiorità, propria e dei propri modelli, che aveva avuto inizio con l'incontro con la tradizione iconica. Un discorso che è anche un atto espressivo sui temi della differenza, così importanti per chi, come, lei, continua a viaggiare.

Dopo la Grecia, dopo un periodo di alcuni anni in Inghilterra, a Londra, Mirella Daniell ha vissuto per circa due anni in Svizzera, a Ginevra, poi circa tre anni a Roma, dove ha seguito i corsi dell'Accademia di Belle Arti e nel 2000 si è stabilita in Etiopia, ad Addis Abeba, dove incontra un altro modello di tradizione iconica, anch'esso relato al mondo cristiano-ortodosso, ma ricco di suggestioni provenienti dall'Italia, dall'Egitto e dal Medio Oriente. La sua ricerca continua così ad arricchirsi, senza però mai perdere di vista i grandi modelli dell'arte europea, che predilige, ed i grandi maestri del ritratto, come Degas, Cezanne e van Gogh.

 
 
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