MirellaDaniell
MirellaDaniell

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First Love

Chiedi alla banchisa polare
di narrarti il deserto di sabbia, la sete, il sole
E sappi aspettare fino a che ti risponde.


Diceva così una vecchia poesia  e questa forse potrebbe essere la metafora giusta per descrivere l’esperienza di un pittore che in una unica tela voglia esprimere il senso di una narrazione, per quanto semplice possa essere e comunque meno complessa di questo First Love di Samuel Beckett.
Se poi qualcuno volesse dire qualcosa di questo volo incostante, incerto, ondulante (flutter by dicono gli inglesi) come di due farfalle che si inseguono a primavera, certo non si potrà discostare né dall’una né dall’altra, perché pittura e narrazione compongono una unità inscindibile, eppure del tutto casuale, riproducibile in milioni di forme diverse.


First Love di Beckett è la storia di un avvicinamento, di una intimità tra due persone, che presuppone moventi diversi, bisogni diversi, itinerari mai convergenti, che trovano appena la comunanza di un incontro occasionale, seppure con una sua durata e, nella sua astrattezza, perfetto. Ma forse tutti i primi amori sono qualcosa del genere.


In questo incontro nulla è ciò che si propone di essere. La completa immobilità dell’uomo è una fuga. I tradimenti della donna sono una forma di fedeltà. E da parte di Beckett, perché Beckett certo è un altro personaggio di questa narrazione, uno sguardo severo, quasi da Dio biblico, su due personaggi che sono lontani da lui almeno tanto quanto gli somigliano. Ciò che differenzia Beckett da questi due personaggi è probabilmente la sua consapevolezza, la sua coscienza di essere loro, di averli potuti creare perché sono a lui simili.Quindi lo stesso sguardo di Dio biblico che crea e, nel creare, fa la sua creatura simile a sé e, nel farla simile a sé, la condanna.


La voce narrante di queste pagine è quella dell’uomo, non quella di Beckett, ma l’uomo, nel suo rifiuto di qualsiasi convenzione, è Beckett, un Beckett più incosciente; mentre lui, il grande scrittore irlandese, era un border-line che era riuscito a trovare il proprio posto nel mondo solo ingaggiando con lui (con il mondo) una guerra quotidiana per togliergli ogni patente di credibilità e per questo aveva fatto della lucidità, della consapevolezza, la sua arma più affilata.


Cosa fa di tutto questo Mirella Daniell con il suo First Love? Tre solitudini in uno spazio immenso, vuoto, sagomato da alberi e da una architettura essenziale. Lo spazio non è spazio naturale e neanche spazio umano, non c’è una distinzione né un confine tra i due tipi di spazio. Natura e architettura non sono distinguibili. Due archi disegnano l’ingresso e l’uscita dallo spazio figurativo-narrativo ma l’arco d’ingresso incornicia una tomba (la morte del padre del protagonista?) e quello d’uscita il vuoto, il vuoto della perdita, anche se è soltanto perdita della libertà di fuggire.


Ma sono soltanto tre le figure? No. Dietro le velature e le trasparenze si nascondono le intenzioni figurative, gli itinerari di ricerca, sfumati come lo sguardo tagliente di Beckett, la trasparenza che nulla nasconde né si nasconde.  Velature che modulano i vuoti e sagomano la ricerca del colore  lungo chine cromatiche che rovesciano il significato dello spazio.


Lo spazio qui è essenziale perché in questa tela e in questi schizzi lo spazio è il flusso narrativo, il monologo di Beckett. Come lo possiamo qualificare questo spazio? E’ interno? E’ esterno? E’ cartesiano? E’ forma o è colore? E’ sentimento o è ragione? Non può che essere uno spazio interno, perché il monologo è un flusso interiore  che non chiede interlocutori, si narra ed è autosufficiente, al massimo chiede uno spettatore silenzioso.  Eppure questo spazio interno è riempito con espressioni idiosincratiche, solipsistiche, che narrano la voce narrante come se il loro soggetto fosse in realtà un estraneo, espressioni come: “per me non potrebbe essere che così …”, “se così si può dire …”, “a me piace così …”, senza motivazioni, una semplice declinazione di una impossibilità di essere diversi, una pura narrazione di fatti e circostanze che non poggiano su nessuna interiorità.


E se lo spazio cartesiano, se le tre dimensioni, insieme al tempo, ricostruiscono lo spazio logico, l’ordine di causa ed effetto degli eventi e dei loro moventi, del mondo delle convenzioni e del romanzo, di certo questo spazio convenzionale non può rendere il magma emozionale di questi personaggi beckettiani e danielliani incomprensibili, eppure perfetti nella loro logica interna, che somiglia tanto a quella della ricca signora drogata di assenzio che nel film di Robert Altman Kansas City uccide perché la sua vittima, piangendo, faceva troppo rumore.


Non è uno spazio cartesiano e forse non è uno spazio, è disegno e colore, questa tela che somiglia a una ellisse planetaria con tre fuochi. L’uomo, il suo ritiro monacale dal mondo, per disinteresse non per scelta, non per vocazione, un esserci che, quando si è gettati,  deve fare i conti con l’impossibilità e l’inconcepibilità del non esserci e convive con tutto questo (questo che è la nostra vita) affermando, tramite alcune metafore, il vuoto a cui aspira, l’acqua profonda che Mirella Daniell ci mostra come una morte quieta, senza agonia, senza debito d’ossigeno.


Dall’altra parte, speculare nel suo rovescio, nel suo dover essere presente come il Dio biblico creatore, lo sguardo di ghiaccio di Beckett, l’altra faccia della morte e del sonno, la consapevolezza dell’impossibilità dell’assenza, la coscienza che, se non si viene a patti, qualcun altro lo farà per noi e che anche l’assenza richiede uno sguardo cosciente e indagatore.


Al centro dell’ellisse, equidistante dai due fuochi esterni, lo sguardo estraneo e provocante, l’invito della donna. A chi è rivolto? Questa donna è l’unica figura positiva di questa rappresentazione, l’unica che si apra a un dialogo, fosse pure un dialogo tra sordi. L’invito al sesso, l’offerta del proprio spazio vitale, la prostituzione per continuare a vivere, l’accettazione della maternità. Questa donna è il dire sì alla vita nonostante tutto. Un invito che è anche disponibilità a dimenticare. Mentre la memoria di Beckett e dell’uomo è solo (e può essere soltanto) uno sguardo severo, oppure oblìo.


Una donna appoggiata a un albero, forse alla natura delle cose, lo sguardo perso in un altrove che può ricordare soltanto certe figure leonardesche, tanto più presenti in quanto estranee, assenti perché consapevoli che quella distanza è invito.
Forse una delle donne più seducenti della storia dell’arte.


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